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Referendum sulla stampa: cresce la partecipazione, cambia il paradigma dei diritti

Referendum sulla stampa: cresce la partecipazione, cambia il paradigma dei diritti
A cura dell’Avv. Lelio Mancino
C’è un dato che più di ogni altro racconta il tempo che stiamo vivendo: in appena 48 ore sono state raccolte oltre 50.000 firme per la richiesta di referendum abrogativo pubblicata in Gazzetta Ufficiale dalla Corte Suprema di Cassazione. Non è solo un numero. È un segnale. È la dimostrazione concreta che i cittadini vogliono tornare protagonisti, incidere, scegliere.
Il quesito referendario interviene su una materia delicata e centrale per la democrazia: il finanziamento dell’editoria. Un tema che tocca il cuore stesso del diritto all’informazione, pilastro costituzionale e condizione imprescindibile per l’esercizio della libertà.
Ma questa volta il dibattito si muove su un terreno nuovo.
Non si tratta di negare il sostegno alla stampa, né di mettere in discussione il valore dell’informazione libera e pluralista. Al contrario, si tratta di ripensarlo. Di riformarlo. Di renderlo coerente con i principi di equità, trasparenza e dignità del lavoro.
Per troppo tempo, infatti, il sistema dei contributi pubblici all’editoria è stato percepito – e talvolta utilizzato – come uno strumento distorto: capace di generare rendite di posizione, di favorire pochi soggetti, di alimentare modelli basati su precarietà e lavoro sottopagato.
Oggi, invece, emerge una visione diversa.
Una visione che lega il finanziamento pubblico non solo alla sopravvivenza delle imprese editoriali, ma alla qualità del lavoro al loro interno. Una visione che afferma un principio semplice ma rivoluzionario: non può esserci vera libertà di stampa senza dignità per chi la costruisce ogni giorno.
Il diritto all’informazione è sacro. Ma non può trasformarsi in alibi per mantenere sistemi inefficienti o ingiusti. Non può essere sostenuto a costo della precarietà dei giornalisti, dei collaboratori, dei professionisti della comunicazione.
La partecipazione popolare che stiamo registrando in queste ore racconta proprio questo: i cittadini non vogliono meno informazione. Vogliono migliore informazione. Più libera, più indipendente, ma anche più giusta.
Il referendum, allora, diventa molto più di uno strumento giuridico. Diventa un’occasione di riflessione collettiva. Un momento in cui la democrazia si interroga su se stessa e sul modo in cui finanzia uno dei suoi pilastri fondamentali.
Perché una stampa libera non è solo quella che può scrivere senza censure. È quella che non è ricattabile economicamente. È quella che non vive di privilegi. È quella che non sfrutta.
È quella che sta in piedi perché è credibile.
E forse è proprio questo il senso più profondo di queste prime 50.000 firme: non una protesta, ma una proposta. Non una chiusura, ma una richiesta di evoluzione.
Una democrazia matura non teme il cambiamento. Lo governa.
“La libertà non è un privilegio da conservare, ma un equilibrio da costruire ogni giorno.”

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