
Petrolio oltre i 90 dollari: lo Stretto di Hormuz paralizzato riaccende i timori di una nuova crisi energetica
6 marzo 2026 – I mercati energetici globali tornano a vivere ore di forte tensione. Il prezzo del greggio Brent ha superato la soglia dei 90 dollari al barile per la prima volta dall’aprile 2024, spinto dall’escalation geopolitica in Medio Oriente e dalla paralisi quasi totale dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il commercio di petrolio.
A pesare sul mercato sono soprattutto le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, che ha affermato che non vi sarà alcun accordo con l’Iran se non in caso di “resa incondizionata”. Parole che hanno alimentato ulteriormente le tensioni già altissime nella regione e che hanno spinto gli operatori finanziari a scontare il rischio di un conflitto regionale più ampio.
Il nodo centrale resta proprio lo Stretto di Hormuz, corridoio marittimo attraverso il quale transita circa un quinto del petrolio mondiale. Negli ultimi giorni il traffico di petroliere si è drasticamente ridotto, con numerose compagnie di navigazione e assicurazioni marittime che stanno evitando l’area per il rischio di attacchi e incidenti militari. Il risultato è un vero e proprio collo di bottiglia per le esportazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico.
La situazione sta già producendo effetti concreti sulla produzione. Paesi come Iraq e Kuwait hanno iniziato a ridurre i livelli di estrazione, sia per difficoltà logistiche sia per l’impossibilità di far uscire il greggio verso i mercati internazionali. Anche altri grandi esportatori del Golfo stanno monitorando la situazione con crescente preoccupazione, mentre le scorte iniziano ad accumularsi nei terminali portuali.
Per i mercati energetici globali si tratta di uno scenario estremamente delicato. Il Brent è considerato il principale benchmark internazionale e il suo superamento della soglia dei 90 dollari rappresenta un segnale chiaro di tensione tra domanda e offerta. Gli analisti avvertono che se il blocco dello Stretto di Hormuz dovesse protrarsi, il prezzo del petrolio potrebbe salire rapidamente oltre i 100 dollari al barile, con scenari più estremi che ipotizzano livelli ben superiori.
Le conseguenze non riguarderebbero soltanto il settore energetico. Un aumento prolungato del costo del greggio si tradurrebbe rapidamente in carburanti più cari, aumento dei costi di trasporto e nuove pressioni inflazionistiche per le principali economie mondiali. In altre parole, il rischio è quello di uno shock energetico capace di rallentare la crescita globale proprio mentre molte economie stanno ancora cercando di consolidare la ripresa degli ultimi anni.
In questo contesto, la comunità internazionale osserva con attenzione l’evolversi della crisi tra Washington e Teheran. Il futuro del mercato petrolifero – e in parte anche quello dell’economia globale – dipenderà dalla capacità della diplomazia di evitare un’ulteriore escalation militare nel Golfo Persico.
Per ora, tuttavia, i segnali provenienti dai mercati sono chiari: con lo Stretto di Hormuz sotto pressione e le tensioni geopolitiche in aumento, il petrolio torna a essere uno dei principali indicatori della fragilità dell’equilibrio internazionale. E finché la crisi non troverà una via di uscita, per il greggio il “tetto” dei prezzi potrebbe essere ancora lontano.



