
Imprese, Livolsi: Il nuovo digital divide dell’ai, l’Italia non può restare indietro
Roma. “È giusto affrontare i rischi dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, mentre guardiamo agli scenari più estremi – agenti capaci di agire autonomamente, sistemi che potrebbero sfuggire al controllo umano, algoritmi sempre più potenti e difficili da governare – rischiamo di trascurare un punto: il nuovo digital divide non è più soltanto tra chi ha accesso alle tecnologie e chi non lo ha, ma tra imprese e Paesi capaci di trasformare l’AI in maggiore produttività e quelli che si limiteranno a utilizzarla senza farla entrare nei processi“. E’ dedicata all’Ia e all’economia la nuova riflessione di Ubaldo Livolsi, professore di Corporate Finance e fondatore della Livolsi & Partners S.p.A..
“Secondo l’Istat- spiega- nel 2025 il 16,4% delle imprese italiane con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, il doppio rispetto all’8,2% dell’anno precedente. Ma emerge già un divario: tra le grandi imprese la percentuale raggiungeva il 53,1%, mentre tra le piccole e medie si fermava al 15,7%. Banca d’Italia osserva come l’adozione dell’AI nel nostro Paese sia ancora spesso confinata a utilizzi sperimentali. Usare l’AI generativa per scrivere un testo, sintetizzare un documento o cercare informazioni è una cosa; un’altra è integrarla nella produzione, nella progettazione, nella manutenzione, nella logistica, nella gestione finanziaria e nell’analisi dei dati. Qui entra in gioco uno dei problemi strutturali dell’economia italiana: la produttività. Un recente studio della Banca d’Italia sulle imprese con almeno 50 addetti rileva che l’adozione dell’AI è associata a maggiore produttività del lavoro e redditività e a uno spostamento dell’occupazione verso professionalità più qualificate, senza evidenziare effetti negativi sull’occupazione complessiva”.
“Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta– evidenzia Livolsi- indica nell’intelligenza artificiale una possibile leva per la produttività. Anche il Governo guidato da Giorgia Meloni pone l’AI tra le tecnologie strategiche per il Paese. È un riconoscimento importante, ma non sufficiente. Se vogliamo evitare che il divario si allarghi, soprattutto a danno delle Pmi, che costituiscono l’ossatura del nostro sistema produttivo e uno dei punti di forza dell’Italia sui mercati internazionali, servono strumenti che rendano concretamente possibile la trasformazione: incentivi agli investimenti,agevolazioni fiscali, formazione, accesso alle competenze e sostegno all’innovazione”.
“Sono temi su cui mi confronto anche come professore di Corporate Finance alla Link Campus University e come coordinatore della Commissione ‘Mercati emergenti, industria e innovazione‘ dell’Intergruppo parlamentare dedicato all’AI. A mio parere, il rischio maggiore per l’Italia non è che l’intelligenza artificiale arrivi troppo velocemente, ma che entri troppo lentamente nel sistema produttivo. Tra le imprese che hanno preso in considerazione l’AI senza poi adottarla, secondo l’Istat il 58,6% indica tra gli ostacoli la mancanza di competenze. Ne parlerò anche domani, giovedì 8 ottobre, a Bisceglie, nell’incontro ‘Strategie, pianificazione e finanza: quali prospettive per le imprese‘, insieme a imprenditori, professionisti e rappresentanti del mondo finanziario. La Puglia, con un tessuto imprenditoriale che va dall’industria all’agroalimentare, dal turismo alle costruzioni, rappresenta un osservatorio particolarmente interessante: un territorio con grandi potenzialità- conclude Livolsi- in cui intelligenza artificiale, competenze e crescita dimensionale possono diventare nuove leve di sviluppo”.



